Logiche associative e territorio

Molte associazioni di rappresentanza stanno ristrutturando le proprie organizzazioni territoriali: fusioni, accorpamenti, contratti di rete stanno interessando un po’ tutte le sigle associative, da Confindustria ai sindacati, passando per le associazioni delle PMI e delle cooperative. Strutture storiche scompaiono per far posto a nuove entità interprovinciali o regionali. Ma su quali basi vengono decise queste aggregazioni? I criteri sono molteplici. In alcuni casi ci si rifà a logiche istituzionali, per simmetria col processo di riordino delle province. Ma tale criterio non si basa su elementi certi: ancora non è noto se e in che modo verrà realizzato il processo di riforma delle province. In altri casi invece i processi di unificazione nascono nell’ambito di autonomi progetti di “riorganizzazione” delle presenze associative sui territori. Spesso si tratta di progetti vaghi: molte operazioni infatti appaiono più il frutto di veti incrociati o fughe in avanti, che l’esito di analisi coerenti e piani razionali. Analisi e piani sono invece necessari se si adotta il criterio dell’efficienza gestionale. Seguendo tale criterio un’unificazione porterebbe ad ottimizzare l’uso delle risorse e a razionalizzare l’offerta associativa. Attraverso la definizione di aree territoriali e di mercato omogenee si otterrebbero sinergie significative dal punto di vista della composizione della base associativa e delle strutture di servizio. E si affronterebbe la vera questione: la logica territoriale (provinciale, interprovinciale o regionale) vale quando ci si riferisce alle attività di rappresentanza, dove è giocoforza necessario confrontarsi con gli assetti istituzionali. Quando si parla di servizi alle imprese il criterio territoriale appare non solo incongruo, ma potenzialmente dannoso, in quanto ostacolo alla libera concorrenza fra le strutture erogatrici di servizi.

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