L’azienda non fa sport

Da anni assistiamo a meravigliose conferenze tenute nelle business school, nelle aziende e perfino nelle università o nelle scuole superiori, da allenatori di pallacanestro, pallavolo o rugby che illustrano le regole auree del gioco di squadra, del lavorare in team, della mentalità vincente. Sono conferenze bellissime (con effetti “WOW” a non finire), in cui lo spettatore, manager o imprenditore che sia, viene calato nel segreto dello spogliatoio alla ricerca della formula magica per vincere le sfide che quotidianamente deve affrontare nella sua azienda. Sono conferenze in cui allenatori vincenti illustrano a manager, imprenditori e studenti qual è il segreto del team di successo, come fare a risolvere i conflitti interni, come valorizzare i talenti inespressi, come gestire una situazione di grande stress.

Tutto molto bello e tutto molto inutile, e potenzialmente anche pericoloso. Un match di pallacanestro e la gestione di un’azienda hanno in realtà ben poco in comune. Si tratta di giochi diversi, talmente diversi da risultare non comparabili.

Una partita di rugby appartiene al mondo dei giochi finiti, la gestione di un’azienda a quello dei giochi infiniti.

Lo spiega bene Simon Sinek: “Se ci sono almeno due giocatori, c’è un gioco. E di giochi ne esistono di due tipi: finiti e infiniti. I giochi finiti sono giocati da giocatori conosciuti. Hanno regole fisse. E c’è un obiettivo concordato che, una volta raggiunto, pone fine al gioco.

Il football, per esempio, è un gioco finito. Tutti i giocatori indossano maglie che li rendono facilmente identificabili. C’è un insieme di regole e gli arbitri hanno il compito di farle rispettare. Tutti i giocatori accettano di giocare secondo queste regole, e accettano le penalità comminate nel caso in cui dovessero infrangerle. Tutti sono d’accordo sul fatto che qualsiasi squadra avrà segnato più punti allo scadere del lasso di tempo prestabilito verrà dichiarata vincitrice. Dopodiché, la partita finirà e tutti faranno ritorno a casa. Nei giochi finiti, c’è sempre un inizio, uno sviluppo e una fine.

I giochi infiniti, al contrario, sono giocati da giocatori sia conosciuti sia sconosciuti. Non hanno regole precise o concordate. Benché possano esistere convenzioni o leggi che regolano la condotta dei giocatori, all’interno di questi contorni così ampi i giocatori possono operare come credono. E se decidono di rompere con le convenzioni, possono farlo. Il modo in cui i giocatori scelgono di giocare dipende interamente da loro. E possono cambiarlo in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo.

Tuttavia, se prestiamo attenzione al linguaggio usato da tanti dei nostri leader, oggi, è come se non conoscessero il gioco a cui stanno giocando. Parlano costantemente di «vincere». Sono ossessionati dall’idea di «sconfiggere la concorrenza». Annunciano al mondo di essere «i migliori». Sostengono che la loro visione consiste nell’«essere i numeri uno».

Solo che nei giochi in cui non esiste un traguardo, tutte queste cose sono impossibili. Condurre un gioco infinito con una mentalità di tipo finito può causare problemi di ogni sorta, i più comuni dei quali includono un calo nei rapporti di fiducia, che a sua volta danneggerà la cooperazione e l’innovazione”.

Sinek, Simon. Il gioco infinito, Vallardi, 2019.

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