Le fusioni fra associazioni

Pur con la lentezza tipica delle strutture politico-sindacali, i processi di aggregazione e fusione fra associazioni di rappresentanza stanno proseguendo in tutta Italia. Si tratta in gran parte di attività che riguardano strutture appartenenti alla stessa sigla (ad esempio Confindustria), con l’interessante eccezione del percorso di integrazione delle tre principali associazioni cooperative nell’Alleanza Cooperative Italiane (il che tuttavia non impedisce ad esempio a Legacoop di portare avanti processi aggregativi paralleli fra le proprie strutture provinciali). Come ho già avuto modo di scrivere nell’aprile 2014 (vedi “Logiche associative e territorio”), tali processi risultano spesso confusi se non contraddittori, condizionati da logiche personalistiche e campanilismi, con iter decisionali caratterizzati più dai poteri di veto che da lungimiranze progettuali. Fra le ragioni spesso invocate a favore delle fusioni – oltre all’obiettivo di adattarsi al riordino istituzionale (peraltro ancora tutto da definire) e alla volontà di “fare sistema” – vengono citate le economie di scala che in tal modo si otterrebbero, in base all’elementare ragionamento che dall’aggregazione nascono inevitabilmente ottimizzazioni di risorse che porteranno risparmi e maggior efficienza. Tale ragionamento, perché sia pienamente valido, presuppone che le strutture, una volta aggregate, adottino un medesimo modello organizzativo, stesse regole, strumenti ed obiettivi, oltre a maturare matrici culturali e valoriali comuni. Si tratta di percorsi difficili, sicuramente non realizzabili in tempi brevi. Ma soprattutto si tratta di obiettivi fattibili principalmente laddove si sia in presenza di forti interdipendenze tecnologiche (come ad esempio nei servizi contabili, o nelle paghe). Man mano che ci si sposta su servizi a forte contenuto consulenziale, per non parlare poi delle attività sindacali e di rappresentanza – ovvero del cuore della mission associativa – le possibilità di realizzare economie di scala si riducono drasticamente, col rischio oltretutto di pregiudicare le relazioni fra associazione, imprese e territorio. I vantaggi di efficienza derivanti dalle aggregazioni fra associazioni sono in realtà molto meno facilmente realizzabili di quanto si creda, specie se si segue in modo rigido il criterio dei confini istituzionali ed amministrativi, ovvero quelli delle provincie e delle regioni. Il rischio è di non cogliere le opportunità date dai modelli organizzativi a rete, gli unici che consentono di tener conto delle vocazioni e identità economico-sociali dei territori, come i distretti agroalimentari o industriali. Se l’obiettivo dell’aggregazione è “fare sistema”, allora occorre agire – più che sulle strutture istituzionali – sul “sistema nervoso” del network associativo, ovvero le infrastrutture di rete, le piattaforme ICT, i sistemi di selezione, formazione e gestione dei gruppi dirigenti. Solo in tal modo si arriverà alla vera integrazione associativa, che è quella che combina la presenza sul territorio con la condivisione di conoscenze e valori, di linguaggi e obiettivi, di strumenti e identità.

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