Imparare a disimparare

Quasi 50 anni fa Alvin Toffler prevedeva che “gli analfabeti del ventunesimo secolo non saranno coloro che non sapranno leggere o scrivere, ma quelli che non sapranno imparare, disimparare e reimparare” (Alvin Toffler, Future Shock, 1970). Ancora oggi questo ragionamento risulta particolarmente ostico, specie per chi lavora nel settore manifatturiero, dove il sapere non si improvvisa, ma si accumula nel tempo. Eppure anche nel settore manifatturiero accadono svolte tecnologiche e dinamiche di mercato che riducono in brevissimo tempo il valore di questo sapere diffuso. E a nulla serve perfezionare e reiterare un sapere ormai obsoleto.

Non sempre quindi l’esperienza è la migliore maestra. Fondamentale è sbarazzarsi delle barriere alla percezione, contaminare il pensiero con discipline apparentemente lontane, se non addirittura eretiche: la chimica con l’informatica, le neuroscienze con la meccanica, la filosofia con la finanza. Solo in questo modo è possibile superare le pratiche tradizionali, per pensare diversamente. Le aziende devono imparare a mettere in discussione l’idea tradizionale di come si lavora.

Ma come si fa a “disimparare”? Per certi aspetti potrebbe essere utile ritornare bambini, perché i bambini vedono cose che gli adulti hanno imparato ad ignorare. È questo il passaggio più difficile, perchè è qui che nasce il disorientamento. È come se si ripartisse tutte le volte da zero: le persone rischiano di perdere la stima in se stesse e negli altri. Occorre quindi lavorare sul clima di “fiducia” che si respira all’interno dell’azienda, fiducia sul fatto che un percorso collaborativo e partecipato porterà ad un esito favorevole, alla sostenibilità di nuovi processi, e – infine – ad una ristrutturazione cognitiva.

«E perché parla in francese coi bambini? — pensò. — Com’è poco naturale, com’è falso! E i bambini lo sentono. Si fa loro apprendere il francese e disimparare la sincerità» (L. Tolstoj, Anna Karenina)

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