La morte della partecipazione in cooperativa

Nel 1987 (v e n t i c i n q u e anni fa) una ricerca condotta dall’AROC su una cooperativa industriale di Imola evidenziava la tendenza dei gruppi dirigenti a sottovalutare le possibilità di un maggior coinvolgimento dei soci a livello di job (job enrichment, job enlargement) e a considerare i soci privi delle competenze tecniche necessarie a decidere su come organizzare il proprio lavoro. Le conclusioni della ricerca furono queste: “In assenza di interventi mirati (sulla partecipazione al job) è lecito ipotizzare una crescente divaricazione fra base sociale, dirigenti e consiglio di amministrazione. Le differenze fra questi gruppi sono forse ancora più ampie di quelle fra operai, da un lato, impiegati e quadri dall’altro, messe in luce dal questionario”.

In questi v e n t i c i n q u e anni non c’è stato il passaggio da una ideologia della partecipazione (in cui la partecipazione è dichiarata ma non praticata) ad una cultura della partecipazione (partecipazione vissuta come modo normale di lavorare e contribuire alla cooperativa, come parte del compito di ciascuno). Oggi sono frequenti i casi in cui è normale trovare soci di cooperative di lavoro che considerano dirigenti e consiglio di amministrazione una controparte, il lavoro in cooperativa una specie di impiego pubblico, l’impegno personale qualcosa da ridurre al minimo.

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