Le radici del pensiero manageriale

Italo Calvino ci invitava tempo fa a riprendere in mano i classici della letteratura e a farne buon uso. E ci ricordava che il classico ti aiuta a comprendere l’attualità, la relega a rumore di fondo, ma non può fare a meno di riferirsi ad essa. E viceversa, ciò che rimane come rumore di fondo nell’attualità, quello è il classico. Non si devono leggere i classici perché “servono” a qualcosa, ma perché leggerli è meglio che non leggerli.

Secondo Calvino ogni pensiero non nasce dal nulla, ma si rifà a qualche pensiero precedente. Ogni pensiero quindi riprende sempre un pensiero già espresso in passato da un autore o un filone “classico”, quindi testato, temprato, che ha superato la prova del tempo.

Allo stesso modo possiamo provare ad applicare il ragionamento di Calvino alla letteratura manageriale, infintamente più limitata e recente certo, ma anch’essa ormai ricca di una serie di “autori classici”. Perché anche il pensiero manageriale odierno non può non rifarsi ad un pensiero classico, ai fondamentali. Se pensiamo alle opere di studiosi e manager come Fayol, Barnard, Likert, Drucker, o ad autori di poco posteriori come Selznick, Chandler, Gouldner, Crozier, Schein o Bennis, possiamo vedere come il loro pensiero rimanga estremamente attuale ancora oggi. Lo stesso Taylor deve essere ben conosciuto da chiunque occupi posizioni e responsabilità di tipo manageriale, se non altro per scoprire il taylorismo che oggi ancora si annida in molte organizzazioni.

Questi autori oggi sono spesso dimenticati a favore delle ultime mode manageriali, e altrettanto spesso saccheggiati (senza citarli, ovviamente) dai nuovi guru del management che regolarmente le multinazionali della consulenza ci propinano con ritmo ormai mensile (“il nuovo testo definitivo sul business” e altre amenità simili). I classici del pensiero manageriale vanno letti direttamente, non mediati da sintesi, critiche, compendi (“non perdere tempo, leggi le mie pillole di business, 20 minuti sono sufficienti”, altra amenità che gira sul web in questi giorni).

Il pensiero dei classici del management si manifesta ancora oggi in modo implicito, nascosto nelle pieghe della memoria, mimetizzato nell’inconscio collettivo ed individuale. Ma il loro pensiero, quando diventa implicito, assume valore di pensiero radicato. La lettura (o la rilettura) dei classici del pensiero manageriale rappresenta sempre una scoperta. Lettura e rilettura sono un valore. Un classico riletto in età matura assume nuovi significati. Ogni ri-lettura di un classico è come una prima lettura, è una nuova scoperta. Perché un classico non ha mai finito di dire quello che ha da dire. Si tratta di un pensiero che non ti lascia mai indifferente, anche quando non lo condividi fa il suo mestiere, che è quello di aiutarti a definire te stesso.

Infine Calvino ci ricorda che la memoria conta veramente – per gli individui, i gruppi, le comunità – “solo se tiene insieme l’impronta del passato e il progetto del futuro, se permette di fare senza dimenticare quel che si voleva fare, di diventare senza smettere di essere, di essere senza smettere di diventare”.

(Italo Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori, 1991)

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