L’esempio democratico dei pirati

Cent’anni prima della rivoluzione francese nelle compagnie dei fuorilegge libertà, uguaglianza e fratellanza erano la regola, non l’eccezione. Su una nave pirata il capitano era eletto dalla maggioranza e poteva essere destituito se l’equipaggio non era soddisfatto del suo operato. La ciurma, non il capitano, decideva la destinazione di ogni viaggio, quali navi attaccare e quali villaggi depredare. All’inizio di una spedizione, o durante l’elezione di un nuovo capitano, veniva elaborata una serie di articoli che tutti gli occupanti della nave dovevano sottoscrivere e che regolavano la distribuzione del bottino, l’entità dell’indennizzo per i feriti in battaglia, la vita di bordo in generale, nonché le punizioni per che non le avesse rispettate. Tale codice variava da nave a nave, ma si ispirava a principi comuni. Il capitano deteneva il potere assoluto in battaglia ma in tutte le altre circostanze doveva sottostare alla volontà della maggioranza dell’equipaggio. Malgrado gli fosse concesso l’uso della cabina principale, egli non ne aveva l’accesso esclusivo, e doveva permettere agli altri membri della ciurma di andare e venire a piacimento, di usare le sue stoviglie e di condividere cibo e bevande.  L’autorità del capitano era ulteriormente limitata dai poteri conferiti al quartiermastro. Anch’egli era eletto dall’equipaggio ed è descritto come una sorta di “magistrato civile a bordo di una nave pirata”. Il quartiermastro era il rappresentante della ciurma e il “fiduciario di tutti”. Aveva il compito di comporre le piccole controversie e l’autorità di punire con la frusta o col bastone. Egli doveva inoltre condurre l’attacco quando si abbordava una nave e, di solito, assumeva il comando della imbarcazioni catturate. (tratto da David Cordingly – Storia della pirateria, Mondadori, 1995)

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